Kuseh in persiano vuol dire squalo. Ma in Iran si usa anche per indicare gli uomini glabri o con poca barba. Come l’intramontabile Hashemi Rafsanjani, due volte presidente della Repubblica islamica, eletto il 4 settembre 2007 alla guida dell’Assemblea degli Esperti.
Si tratta di un passaggio molto importante della lotta di potere in corso in Iran. L’assemblea degli Esperti, che ha un mandato di otto anni ed è stata rinnovata meno di un anno fa, ha il potere di nominare o di destituire la Guida suprema della Rivoluzione, massima autorità della Repubblica islamica e comandante supremo delle Forze armate.
Tuttavia è presto per dire che Ahmadinejad sia vicino alla fine. La differenza con lo sfidante è stata di soli sette voti (41 a 34), segno che le due fazioni sono ben organizzate e radicate, all’interno della classe politica e nella società. Troppo spesso l’Iran è bollato come una “teocrazia”. È una definizione riduttiva, oltre che sbagliata. Negli anni della guerra con l’Iraq è nata una casta militare oggi potente e determinata. Ahmadinejad è espressione di quel gruppo di potere. Rappresenta le classi più popolari e le generazioni che hanno fatto la guerra, che si sono “sporcate le mani” combattendo. Predica l’intervento statale in economia in difesa delle classi meno abbienti. Anche se in due anni la situazione è peggiorata in tutti i sensi: inflazione, disoccupazione, instabilità internazionale. La situazione dei diritti umani è molto critica. Il 5 settembre sono state impiccate altre 21 persone: quattro nella regione del Fars e 17 nel Khorasan. Dall’inizio dell’anno le esecuzioni sono state oltre 200. Mentre la repressione di ogni voce di dissenso si fa via via più sistematica e capillare.
Rafsanjani rappresenta invece l’ala pragmatica, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinta della necessità di liberalizzare l’economia. Molti iraniani che nel 2005 – dopo la delusione del riformista Khatami – si astennero nelle presidenziali che vennero poi vinte da Ahmadinejad, oggi scelgono il male minore e sperano che prevalga Rafsanjani. Che non è certo il nuovo della politica ed ha le mani in pasta praticamente in tutto, dall’export dei pistacchi a quello del petrolio. In primavera si voterà per il Parlamento, nel 2009 per le presidenziali. Ma cosa accadrà nel frattempo a livello internazionale? È questa l’incognita che grava sul futuro prossimo dell’Iran. La prospettiva di un attacco Usa o israeliano sembra meno lontana di qualche mese fa. E tutto questo fa gioco ai duri di Ahmadinejad. Di fronte al nemico esterno, è più facile compattare il Paese. E quanto accade in Iraq è sotto gli occhi di tutti. Anche degli iraniani.