Intervista ad Azar Nafisi

Azar Nafisi

Ecco il testo pulito:


Intervista ad Azar Nafisi

“Le elezioni della prossima settimana? Non contano nulla, come tutte le altre da quando esiste il regime. Non cambierà nulla per l’Iran. Non c’è molta differenza tra Khatami e Rafsanjani o qualunque altro presidente questo regime possa esprimere. Non ho alcuna fiducia nella politica, e neppure nei politici. Non ho fiducia nemmeno nelle cosiddette élite del mio Paese. Ho fiducia nelle persone. C’è bisogno di cambiare prima il modo di pensare. Spero in un processo di lungo termine, soprattutto nelle giovani generazioni.” Così Azar Nafisi sulle elezioni che il 17 giugno 2005 stabiliranno il nuovo presidente dell’Iran, suo Paese di origine. L’autrice di Leggere Lolita a Teheran vive a Washington dal 1997 e insegna letteratura inglese alla Johns Hopkins University. L’abbiamo incontrata a Roma, dove è ospite dell’Accademia americana.
Il suo libro, evento letterario del 2004, non è soltanto un atto di accusa contro il regime degli ayatollah. È un’opera di una profondità emozionante, un antidoto contro la volgarità dei nostri tempi. “Volgarità” — sostiene Nafisi citando Nabokov — “non è solo ciò che è banalmente mediocre, ma soprattutto ciò che è falsamente importante, falsamente bello, falsamente intelligente e falsamente attraente”. Se leggere Lolita a Teheran è pericoloso ma liberatorio, ascoltare Azar Nafisi a Roma è salutare oltre che piacevole.

“Leggere Lolita a Teheran” è stato un successo enorme in tutto il mondo. Mi permetto di avanzare un dubbio. Esaltare il suo libro è facile per chi sostiene la superiorità dell’Occidente rispetto ai Paesi musulmani. Un modo per dire: “Da noi tutto questo non succede”.

Non saprei. È difficile dire perché un libro abbia successo. D’altra parte non possiamo certo controllare i lettori. Ma se qualcuno in Italia ha dato questa interpretazione al mio libro, è completamente sulla falsa strada. Il mio libro racconta come Lolita abbia influenzato la nostra realtà a Teheran e come la realtà di Teheran abbia dato un significato nuovo a Lolita. Ho cercato di mostrare come possiamo resistere a un regime totalitario attraverso la forza dell’immaginazione. Nabokov diceva che i governi vanno e vengono, solo i geni rimangono. Credo che l’arte e la cultura siano necessarie alla democrazia e all’umanità in generale. Troppo spesso si parla di “mondo islamico”. Ma che cosa vuol dire? In questa definizione si mettono insieme Arabia Saudita, Tunisia, Iran, Indonesia, Pakistan… Le differenze tra questi Paesi sono enormi, molto più grandi di quelle che corrono tra Gran Bretagna, Italia, Francia e Stati Uniti. Eppure nessuno si sogna di parlare di Gran Bretagna, Italia, Francia e Stati Uniti come di “Paesi cristiani”. Credo che leggere serva proprio a restituire l’identità attraverso la scoperta.
Circa la condizione della donna nel mio Paese, ho provato semplicemente a esprimere cos’è che le donne iraniane vogliono. La ricerca della felicità non è una priorità occidentale o un’esclusiva statunitense.

È buffo: oggi quasi tutto quello che sappiamo dell’Iran ci arriva da tre donne: lei, il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi e l’autrice di fumetti Marjane Satrapi.

Oh, Marjane è davvero deliziosa!

Conosce Marjane Satrapi?

Sì, l’ho incontrata recentemente a Parigi. I suoi fumetti mi piacciono moltissimo. Tornando alla sua osservazione, il fatto è che in Iran, come in molti altri Paesi, le donne sono in prima linea nella lotta per i loro diritti e per la democrazia in generale. Così hanno acquisito posizioni di rilievo. La lotta contro un regime totalitario comincia dalle cose quotidiane, come il diritto a vestirsi come si vuole. Il pericolo maggiore è divenire come il regime ti vuole. È come Humbert con Lolita. Lui impone a una bambina i suoi sogni. Come il regime di Teheran fa con le donne. In Iran si è arrivati a paradossi incredibili, per cui il censore dei film era un mullah cieco.

Lei recentemente ha affermato: “Ci salverà la curiosità”. Lei insegna a Washington, è a contatto ogni giorno con studenti americani. Sono curiosi? In Italia ultimamente sembra esserci poca curiosità, soprattutto tra i giovani. Al contrario, in Iran gli studenti sono curiosissimi. Basta leggere i blog dei ragazzi di Teheran per rendersene conto.

Oh, sì, i blog. Ce ne sono alcuni davvero interessanti e divertenti. Io sono convinta che il desiderio di conoscenza sia sempre fondamentale. Per questo i libri sono così importanti e leggere è importante. Quello che provo a suggerire nel mio lavoro e nei miei libri è quanto leggere Hannah Arendt o Italo Calvino possa darti nella vita di tutti i giorni. Negli USA la gente non è istintivamente curiosa. Ma se sono sollecitati cominciano a provare interesse per te, per la tua storia. Sono un popolo generoso. L’11 settembre li ha resi più sospettosi e i politici ne hanno approfittato per manipolare le persone, per infondere paura. Il fatto è che si è un po’ persa la voglia di conoscere realtà differenti. Non c’è un vero confronto, ci si condanna a vicenda.

Conosce Oriana Fallaci? Che cosa pensa di lei?

Sì, certo, la conosco. Credo che ognuno di noi abbia fasi diverse nella vita. Ha sicuramente scritto cose molto interessanti, soprattutto da giovane. Ma è davvero un peccato che sia diventata così paranoica. Credo che molte cose che scrive siano pericolose.

In Italia i suoi libri continuano a essere bestseller.

Ma non c’è qualcuno che le risponde? Credo che alcune sue affermazioni siano pericolose soprattutto per le giovani generazioni.

Fino allo scorso anno c’era Tiziano Terzani, adesso manca una figura autorevole che ribatta. In questi 27 anni noi abbiamo parlato dell’Iran come termine di paragone negativo. Spesso si dice: “Non siamo in Iran”, per dire “Siamo liberi”. Eppure, nel 1999 i politici italiani discussero un anno se eleggere una donna alla presidenza della Repubblica. E alla fine hanno eletto un uomo. Ma se fossimo così superiori, perché dovremmo discutere di una cosa simile? In Paesi musulmani come Turchia e Pakistan ci sono state presidenti donne.

Le donne iraniane hanno una lunga tradizione di lotte politiche e civili. Sono sempre state molto più emancipate rispetto ad altri Paesi del Medio Oriente. In Iran avevamo due ministri donne negli anni Settanta. La stessa Ebadi era un giudice, poi è divenuta un avvocato. Prima del 1979 le donne iraniane erano attive in tutti i settori della società. Noi abbiamo ottenuto il diritto di voto prima di molti Paesi occidentali.
Purtroppo dobbiamo sempre fare i conti con il potere delle ideologie. Molti marxisti hanno sofferto sotto il comunismo in URSS. In Italia avete avuto un marxismo diverso grazie a Gramsci. Molti autentici musulmani in Iran soffrono sotto il regime. È impossibile fare un discorso unico per realtà così diverse. Molte amiche negli USA mi dicono: “Sembri occidentale, per come ti vesti, per come sei”. Ma ho sempre vestito così. E poi cos’è l’Occidente?

Ma perché nel 1979 da una rivoluzione che non era islamica è nato un regime islamico?

Probabilmente perché l’opposizione lo ha permesso. Non ha avuto fiducia nella democrazia. Quando Mehdi Bazargan (nazionalista moderato, capo del primo governo rivoluzionario nel 1979, ndr) è divenuto premier, non gli abbiamo dato fiducia e non lo abbiamo sostenuto. Eppure sarebbe stato un buon governante. Poi sono cominciati gli omicidi, le torture. Abbiamo pagato un prezzo altissimo: la rivoluzione è stata sequestrata. Gli animi si sono eccitati durante la rivoluzione, tutto è divenuto più estremo. Per questo sono convinta che l’Iran non abbia bisogno di un’altra rivoluzione. Bisogna raggiungere la democrazia passo dopo passo.

Perché il progetto riformista di Khatami è fallito?

Non ho mai creduto che lui volesse davvero cambiare. Ha sempre fatto parte del sistema. Per essere diverso non sarebbe dovuto essere Khatami. Non è stata una delusione, perché non mi aspettavo nulla.

Torniamo all’arte. Lei ha detto di amare il cinema italiano e ha citato Franco Franchi e Ciccio Ingrassia insieme a Pasolini e Rossellini.

Oh, ma in Iran siamo abituati a seguire diversi livelli. Mio padre mi ha insegnato a vedere film di tutti i tipi: indiani, americani, italiani, francesi. Ogni settimana vedevamo film di Antonioni, Rossellini, De Sica. E Alberto Sordi, di cui ricorderò sempre la voce. Ciccio e Franco erano così divertenti, come Fernandel. È bello amare cose così diverse.

In Italia è molto apprezzato il vostro Kiarostami.

Sì. Lo avete reso famoso. È colpa vostra (lo dice senza molta ironia, ndr). Chi lo paragona a Rossellini e al neorealismo commette un errore gravissimo. Quando vedi un film di Rossellini sei di fronte a una storia, a un’invenzione. Kiarostami si limita a filmare la realtà, non c’è nessuna invenzione nel suo cinema. Non ci trovo nulla né di interessante né di emozionante. L’invenzione è sempre fondamentale, la finzione può essere più veritiera della realtà. Il neorealismo era un’altra cosa. Il cinema di De Sica è così straordinario, così ricco di spunti di livelli diversi. Kiarostami prende la macchina da presa e va in giro a filmare quello che vede. E basta.

Oggi siamo un po’ tutti ossessionati dalla realtà.

Sì, anche qui da voi la TV è piena di reality show. Orribili. Non è rincorrendo la realtà che la capiamo meglio. Con la fantasia si può andare più in profondità. È per questo che mi piace Persepolis, il fumetto di Marjane Satrapi, perché ha messo nella stessa pagina pensieri fantasiosi e avvenimenti reali. La fantasia può rendere straordinario anche il più ordinario dei momenti.

Mi fa venire in mente il personaggio del “mago” di “Leggere Lolita a Teheran”.

(Ride) Oh, sì. Quando il regime ha stretto la corda è stata davvero dura. Il mago era una persona che, attraverso i suoi consigli, mi aiutava a creare quella “Repubblica dell’immaginazione” che è stata così importante per sopravvivere in quel periodo.

È ancora in contatto con le sue studentesse di Teheran?

Sì, è una delle cose belle di internet. Ci scriviamo spesso via e-mail. Alcune hanno proseguito gli studi negli USA, una ora vive in Canada. È bello girare il mondo ma avere un contatto ancora stretto con loro.

Tra USA e Iran c’è un rapporto di amore-odio. I giovani urlano “Morte agli USA!” ma sognano un permesso di soggiorno negli States.

Il fatto è che prima della rivoluzione gli USA sostenevano la dittatura dello Scià. Ma c’era comunque un legame culturale con l’America. In televisione vedevamo i film della vecchia Hollywood: John Ford, Howard Hawks. Passati i primi anni della rivoluzione e la crisi degli ostaggi nell’ambasciata, piano piano la gente ha cominciato a guardare agli USA con più simpatia. Attraverso la televisione satellitare, gli USA si propongono come uno stile di vita molto attraente. Soprattutto i giovani sono affascinati dai capi di abbigliamento americani. La curiosità per tutto ciò che è targato USA è forte. Dopo l’11 settembre l’Iran è stato incluso da Bush nell’Asse del male e si è tornati a una situazione di crisi latente.

Come vive questa situazione da Washington? Cosa pensa della corsa di Teheran verso il nucleare e delle minacce di Bush?

Non sono molto preparata in merito. Non credo che l’Iran dovrebbe avere la bomba. Ma non credo nemmeno che il controllo degli USA e dell’Europa sia utile. Dovrebbero piuttosto sostenere chi in Iran è impegnato per la democrazia.

Ma lei potrebbe tornare in Iran?

Teoricamente sì. Ma sarebbe comunque un rischio. Possono bloccarmi il passaporto e impedirmi di ritornare al mio lavoro a Washington. Fanno spesso cose del genere a chi può dare fastidio.

Due anni fa il quotidiano Il Riformista organizzò una manifestazione a Roma per ricordare il movimento degli studenti del 1999 e sostenere una svolta democratica in Iran. Fu un mezzo fiasco, la piazza era vuota. In Italia ci mobilitiamo solo quando dobbiamo protestare contro gli USA.

Purtroppo è così un po’ ovunque. È semplice essere contro. Ci sono moltissime crisi nel mondo. In Afghanistan le donne continuano a essere lapidate ancora oggi. In Iraq c’è una nuova Costituzione ma si continua a morire e c’è chi vorrebbe instaurare una repubblica islamica. In Darfur migliaia di donne sono stuprate e uccise. Ma ci sono mai manifestazioni per queste tragedie? Non mi fido di chi è solo contro. Mi rendo conto però che è un argomento enorme, e non è facile affrontarlo.

A che cosa sta lavorando ora?

Sto lavorando a due libri. Uno lo sto scrivendo, l’altro è in fase di progettazione. Il secondo si chiama “La repubblica dell’immaginazione”. Sono mie riflessioni sulla letteratura. Dentro c’è un po’ di tutto. Dal “Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas, a “Madame Bovary” di Flaubert, al mio amato Italo Svevo, passando per Ovidio, che sento vicino per l’esperienza dell’esilio.
Il primo è una storia di donne in Iran alla fine del XIX secolo. L’idea è di raccontare il passaggio al XX secolo attraverso le loro vite. Devo dire che Roma mi sta aiutando molto, suggerendomi ogni giorno nuovi spunti. Tutto è storia qui. In questo senso l’Italia è un Paese unico. Soltanto qui l’antichità è visibile, è nella vita di tutti i giorni. In Iran devi andare a Persepoli o a Isfahan per trovare traccia dei secoli passati. Qui mi basta guardare fuori dalla finestra.

Ma ha delle speranze per l’Iran?

Sì, credo che le cose possano cambiare in meglio. L’Iran è un paese affascinante, è l’unico del cosiddetto mondo islamico (espressione che non amo) che è cambiato e che è alla ricerca di altri cambiamenti. Vedendolo dall’esterno, tutto questo lo trovo interessante. I due terzi degli iraniani sono nati dopo la rivoluzione. Io ho fiducia in un cambiamento graduale, in un’evoluzione verso la democrazia.

Rafsanjani — che probabilmente sarà rieletto presidente — ha detto una volta che l’80 per cento di quello che la repubblica ha fatto non ha nulla a che vedere con l’Islam.

Ma perché, cos’è che ha a che vedere con l’Islam? Se lei dovesse dire cos’è cristiano, chi indicherebbe come modello? Bush? Il Papa? Clinton? La verità è che il mondo è molto più complesso di quello che vorrebbero farci credere.


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