Viaggio in Iran – 1

Ocra, rosso, turchese, arancio. Mi ero immaginato l’Iran come un Paese in nero e in marrone, come lo descrivono alcuni reportage. Il Paese del velo e del chador. E invece non avevo capito niente. La prima impressione di Tehran è spiazzante. Le donne portano foulard coloratissimi e mostrano con generosità ciocche di capelli curatissimi. Le insegne dei negozi sono illuminate e piene di colori.

Il traffico è caotico, sebbene meno aggressivo di città come Il Cairo o Istanbul. Strade larghe, marciapiedi pulitissimi. Dimenticate i taxi neri e scalcinati di molte metropoli mediorientali: qui ci sono moltissime auto nuove di case occidentali. Ai lati delle vie scorrono dei canali di scolo. Così viene impiegata l’acqua delle montagne che sovrastano la città. Siamo a 1.500 metri. Intorno ci sono picchi che arrivano a 4.000. In strada c’è brusio, mai chiasso. Gli iraniani parlano sottovoce. Persino nei bazar.

È un giorno particolare: l’ultimo venerdì di Ramadan. Il presidente Ahmadinejad ha da pochi giorni tuonato contro Israele. Il venerdì è in programma una grande manifestazione antisionista. Tehran è sotto gli occhi della comunità internazionale. Alcuni Paesi hanno già chiesto che l’Iran sia espulso dall’Onu. Eppure, da qui, tutto si avverte tranne odio. Sì, ci sono i manifesti della conferenza “The world without zionism”, “Il mondo senza sionismo”. E gigantografie con la stella di David marchiata a fuoco.

Eppure sembrano cartelloni di una pubblicità poco efficace. Incrociamo i gruppi che cominciano ad affollare la piazza nel cuore della città per la manifestazione. Gli hezbollah scendono ordinati dai pullman e prendono posizione dietro agli striscioni. Ma le facce sono inespressive, quasi annoiate. Ci spiegano che molti dei manifestanti sono dipendenti statali costretti a manifestare per evitare problemi sul lavoro.

Questa la base sociale che ha eletto Ahmadinejad. Una base conservatrice più sul piano economico che su quello politico. L’Iran è a un bivio: decollare o implodere. La maggior parte della gente arriva a fatica a fine mese. La vita è cara e in molti sono costretti a fare due o tre lavori per mantenere la famiglia. Dalla rivoluzione del 1979 la popolazione è più che raddoppiata: da 30 a 70 milioni. Il 70 per cento degli iraniani ha meno di trent’anni. Nonostante un livello di istruzione decisamente elevato, la disoccupazione è alta e il sogno dei giovani è andare all’estero. Impresa difficile, perché ottenere un visto è un’avventura. Ma la situazione può persino peggiorare: la benzina, per esempio, è ancora a un prezzo politico (meno di 10 centesimi di euro). Ma non può durare a lungo. Quando anche il prezzo del petrolio salirà, per gli iraniani lo shock sarà forte.

Il nuovo presidente si è proposto come l’argine a una svolta “liberista” forse inevitabile ma temuta soprattutto dai ceti meno abbienti. Inoltre, Rafsanjani, il suo sfidante al ballottaggio, già presidente per due mandati prima di Khatami, era impresentabile. È l’immagine vivente di una classe politica corrotta e inaffidabile. Alla fine gli iraniani non hanno scelto il male minore e in molti si sono astenuti. C’è anche chi dice che Ahmadinejad abbia vinto grazie ai brogli. Di certo, è un presidente debole e la sparata anti-Israele è forse il tentativo maldestro di uscire da una situazione di stallo politico sempre più pesante.

Ci dirigiamo verso le montagne sopra la città. Troviamo turisti e molti iraniani venuti quassù per evitare la manifestazione. Incontriamo persone gentilissime, con tanta voglia di parlare e di farsi fotografare. Un’umanità elegante e curiosa. Si scambiano indirizzi e-mail e si scattano foto. I ragazzi hanno acconciature e abiti all’occidentale. Non mancano tagli grunge e punk. Le ragazze hanno un trucco marcato ma non pesante. Gli occhi (grandi e scuri) sono sempre sottolineati dalla matita. Gli abiti devono (per legge) nascondere le forme. Ma proprio per questo la femminilità è espressa soprattutto dagli sguardi. Il gioco della seduzione è evidente tra i gruppi di giovani seduti sulle panchine. Non potendo ostentare il corpo, la comunicazione tra i sessi è affidata allo sguardo e alla parola.

La prossima tappa è Shiraz, città a mille chilometri a sud di Tehran. Mentre ci dirigiamo in aeroporto, si finisce per parlare del velo con la nostra guida, una donna. “Sì, l’imposizione del foulard è pesante” — spiega — “ma non è questo il principale problema delle donne iraniane”. Si dovrebbe parlare della pena di morte per le adultere e di un diritto di famiglia discriminante. “Ma non siamo in Arabia Saudita: noi lavoriamo, guidiamo, la donna iraniana ha una storia di lotte e di conquista sociale”. Nel corso del viaggio ci sarà tempo per tornare sull’argomento. “E poi” — ci stuzzica — “‘velo’ cosa vuol dire?”. Qualche secondo di silenzio, poi arriva la spiegazione: “Velo vuol dire: svelami”. Sì, dobbiamo ancora imparare molto sull’Iran.

1 – continua

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