I ragazzi di Tehran

Ecco il testo pulito:


È stato difficile raccontare i ragazzi di Teheran? Come viene accolto un cronista italiano dai giovani iraniani?
Direi che si è trattato di un lavoro molto meno complicato di quanto credessi in partenza. Devo dire che ho avuto fortuna, perché sono potuto entrare nelle case come ospite e non come giornalista. Nel mio secondo viaggio ho vissuto in una famiglia di Teheran, ho partecipato alla loro vita quotidiana. Questa veste non ufficiale ha facilitato molto il mio lavoro. Se fossi stato l’inviato di turno, credo che l’approccio sarebbe stato più difficile. In genere gli iraniani parlano molto volentieri del loro Paese, non si creano grossi problemi. Ma se l’interlocutore si presenta armato di registratore e blocco di appunti, qualche timore viene fuori. A me è invece capitato in più di un’occasione che siano stati i ragazzi (e soprattutto le ragazze) ad attaccare discorso, a chiedere da dove venivo e come mai ero in Iran. La domanda più frequente era: “Cosa pensi del mio Paese?”.

Come è strutturato il libro?
Non è un reportage nel senso stretto del termine. Dei due viaggi in Iran (nell’autunno 2005 e nella primavera 2006) ho raccontato soltanto gli episodi più significativi. Le interviste e le testimonianze raccolte sul campo sono state il punto di partenza per descrivere la condizione giovanile utilizzando anche libri e documenti ufficiali. Mi incuriosiva sapere come sono strutturati il sistema scolastico e l’università, come funziona il servizio di leva, cosa si fa nel tempo libero, come sono i rapporti tra i due sessi. Devo dire che è stata una ricerca molto divertente e con parecchie sorprese.

Dall’autunno 2005 il presidente Ahmadinejad ha riportato l’Iran sotto i riflettori dei media di tutto il mondo, con le esternazioni contro Israele prima e con l’accelerazione del programma nucleare poi. Come si vive in Iran questa crisi? E come la vivono i giovani, in particolare?
La situazione attuale non è affatto vissuta come una crisi. Gli iraniani si stupiscono del nostro allarme e delle nostre paure. Per quanto riguarda la questione israelo-palestinese, non c’è un grande dibattito in Iran al momento. Al di là dei proclami del governo, la gente ha ben altro a cui pensare, tra la vita sempre più cara e la mancanza di prospettive per i giovani. Sul nucleare c’è invece grande compattezza. Non ho sentito una sola persona contraria al programma di arricchimento rilanciato da Ahmadinejad. Gli iraniani sono molto nazionalisti e molto orgogliosi. Finora il presidente ha saputo giocare bene questa carta, catturando le simpatie di molti che non lo hanno votato. Quando si tocca l’argomento del nucleare, si tocca in realtà il diritto all’autodeterminazione dell’Iran. Nessuno crede davvero che si arriverà mai a una guerra, a un attacco americano per questo motivo. C’è attenzione, ma non preoccupazione. I giovani non sembrano particolarmente coinvolti. La maggioranza di loro considera Ahmadinejad un nemico, un politico lontano dalle loro aspettative. Ma, in generale, non hanno più fiducia nella politica. Bisogna sempre ricordare che non conoscono altra politica al di fuori di quella della Repubblica islamica. Che comunque non è un blocco monolitico, ma un regime all’interno del quale si fronteggiano anime diverse.

La società iraniana è stata definita “schizofrenica”: ligia alle regole della Repubblica islamica in pubblico e invece molto libera in privato…
È vero, c’è una differenza netta tra dimensione pubblica e dimensione privata. Ma non sono d’accordo sul termine “schizofrenica”, che implica una condizione patologica. Questa “doppiezza” credo invece faccia parte della cultura iraniana e sia solo accentuata dalle imposizioni del regime. Parlerei quindi di ambiguità, non di schizofrenia. L’ambiguità è un carattere distintivo della cultura persiana, basta leggere i poeti lirici come Khayyam e Hafez. Bisogna sempre saper leggere tra le righe, non fermarsi mai alle apparenze. Questo vale anche per la vita quotidiana. Basti pensare al taroof, il galateo che impone – ad esempio – al tassista di rifiutare per due volte il pagamento della corsa prima di accettare. Il fatto è che noi non conosciamo granché della loro cultura e tendiamo a imporre i nostri canoni al loro modo di vivere. Ma è un nostro limite, non un loro difetto. Essere entrato nelle case di Teheran è stato perciò una vera rivelazione.

Ma il regime iraniano è davvero in crisi, come recita il sottotitolo del libro?
Sicuramente. È una crisi profonda, visibile a occhio nudo, direi. La Repubblica islamica nata con Khomeini si ritrova oggi a guidare un Paese completamente diverso da quello del 1979. La popolazione è raddoppiata ed è composta al 70 per cento da persone sotto i 30 anni, che non hanno fatto la rivoluzione e non possono fare un paragone con lo Scià. Dal punto di vista economico, il sistema è sull’orlo del collasso. Si vive male, si fatica ad arrivare alla fine del mese. E la fine della stagione di Khatami ha cancellato le speranze di cambiamento. In più, nonostante la censura, l’Iran è un Paese fortemente globalizzato. Il paragone con il resto del mondo, attraverso Internet e la parabola satellitare, è quotidiano. E impietoso. Non voglio dire che il regime stia per cadere. Ma non escluderei nemmeno cambiamenti clamorosi – prodotti dall’interno – nel giro dei prossimi due anni. Staremo a vedere.

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