RELIGIONE BAHÁ’Í
- Precursore: ‘Alí-Muhammad detto il Báb (la Porta) nato nel 1819 e martirizzato nel 1850
- Fondatore: Husayn-‘Alí detto Bahá’u’lláh (La Gloria di Dio) nato nel 1817 e trapassato nel 1892
- Luogo di nascita: Iran
- Libri Sacri: i Libri Sacri per eccellenza sono: del Báb: il Bayán (Esposizione); di Bahá’u’lláh: il Kitab-i-Aqdas (Libro Più Santo); vi sono poi moltissimi altri scritti rivelati
- Seguaci: circa sette milioni. È una comunità in continua crescita. L’Enciclopedia Britannica rileva che la fede Bahá’í è per diffusione la seconda religione dopo la cristiana.
- Messaggio di base: unità di Dio, unità delle religioni, unità dell’umanità
- Futura manifestazione: prevede l’avvento di una nuova Rivelazione non prima che siano trascorsi mille anni
- Simboli: la stella a Nove Punte Il numero nove è il valore numerico del nome «bahá» che significa gloria ed è il simbolo numerico dell’unità delle religioni rivelate.
CENNI STORICI
Il Báb
Il Báb, il cui nome significa «La Porta» (verso la conoscenza di Dio e verso la venuta del Promesso, Bahá’u’lláh) nacque a Shíráz il 20 ottobre 1819 da una famiglia discendente dal profeta Muhammad. Perciò il Báb era un siyyid, titolo che, appunto, spetta ai discendenti di Muhammad. Suo padre trapassò poco dopo la sua nascita ed egli fu educato da uno zio. Fin da giovanissimo mostrò grande saggezza e conoscenza. Uno dei suoi maestri disse a suo zio che era inutile che lo mandasse a scuola perché il ragazzo sapeva tutto. A quindici anni entrò nell’azienda dello zio e a ventidue si sposò. Il Báb aveva una personalità forte e dolce contemporaneamente. Amava discutere con i teologi, che sempre batteva, sia per la perfetta conoscenza del Corano, sia per l’intelligenza. Memorabili, ricordano gli stessi musulmani, furono le dispute pubbliche tenute alla presenza delle maggiori autorità, contro i più agguerriti teologi dell’Islam sciita. Il Báb non solo li battè dal punto di vista dottrinale, ma con il Corano alla mano dimostrò come ne violassero, nella vita, i sacri precetti. Nel 1844, a venticinque anni, dichiarò ufficialmente la sua missione profetica al cospetto di uno fra i più eminenti teologi del tempo che subito ne abbracciò la causa. Da quel momento iniziò contro di lui e i suoi numerosissimi seguaci una feroce persecuzione.
Fra coloro che abbracciarono la nuova fede vi furono moltissimi teologi islamici, la maggior parte dei quali subirono il martirio. Fra questi ha una posizione di rilievo Siyyid Yahiyáy-i-Dárabí, dettoVáhíd, anch’Egli uno dei maggiori teologi del tempo, che lo scià inviò per smascherare e ridicolizzare il Báb, ritenendolo un impostore. Siyyid Dárabí invece, dopo vari incontri con il Báb, ne accettò la fede e durante uno dei grandi sollevamenti contro i bábí subì il martirio.
La predicazione del Báb durò circa sei anni. Il 9 luglio 1850 fu fucilato assieme a un suo seguace che aveva chiesto di morire con il suo Maestro, da un reggimento forte di ben settecentocinquanta uomini in una piazza di Tabríz, città del nord della Persia. Il reggimento che eseguì l’esecuzione era della Guardia Imperiale e fu mandato appositamente, dopo che un precedente reggimento di armeni si era ammutinato in seguito a un fatto miracoloso avvenuto durante l’esecuzione: dopo la prima scarica di fucileria solo le corde che tenevano legati i prigionieri risultarono tagliate dai proiettili, mentre i due uomini erano rimasti illesi. La maggior parte delle opere del Báb è un inno a Bahá’u’lláh, di cui il Báb si dichiarava precursore: esattamente la stessa posizione che, nella religione cristiana, Giovanni il Battista ebbe nei confronti di Gesù Cristo.
In sintesi il messaggio del Báb è concentrato su due punti: chiusura del ciclo islamico e annuncio dell’imminente venuta del Promesso atteso non solo dall’Islam sciita e dall’Islam sunnita, ma anche da tutte le religioni. La dispensazione religiosa rivelata dal Báb durò diciannove anni, precisamente dal 1844 al 1863, quando, come vedremo più avanti, Bahá’u’lláh dichiarò ai suoi primi discepoli la sua missione di Riformatore universale. In coincidenza con la morte del Báb e con i successivi avvenimenti di cui si parlerà fra poco, come l’attentato da parte di due sconsiderati bábí alla vita dello scià, si scatenerà contro i bábí una feroce persecuzione: oltre ventimila furono martirizzati nei modi più crudeli.
Bahá’u’lláh
Con Bahá’u’lláh, la Gloria di Dio, l’umanità esce dall’infanzia e si avvia verso la maturità, che coincide con l’unità dei popoli, delle nazioni e delle razze, unità in ogni senso e particolarmente in campo religioso, politico ed economico. Il ciclo dell’uomo spirituale che fa seguito ai precedenti cicli dell’uomo primitivo, dell’homo habilis e dell’homo sapiens, entra, con la venuta di Bahá’u’lláh, nella fase definitiva, che avrà una durata di circa cinquemila secoli. La Dispensazione di Bahá’u’lláh coprirà, tuttavia, solo mille anni circa, dopo di che l’umanità deve attendere la venuta di una nuova Manifestazione. Bahá’u’lláh nacque a Teheran il 12 novembre 1817. Il padre, ministro dello scià, avrebbe voluto avviarlo alla sua stessa carriera, ma le tendenze e le aspirazioni del giovane erano di natura assai diversa, perché le forze spirituali presenti nel suo intimo essere e la consapevolezza del suo rango si esprimevano in un profondo interesse verso i problemi spirituali, religiosi e sociali. Il padre stentava a comprenderlo, finché sognò il figlio che nuotava in un mare inondato di luce, con tutti i pesci che si attaccavano ai Suoi capelli. Un indovino così interpretò il sogno: il mare è il mondo, i pesci sono gli uomini che a Lui si aggrapperanno e lo seguiranno dovunque, e la luce che illumina il mare nel quale Bahá’u’lláh nuota, è un’emanazione energetica del divino.
Bahá’u’lláh amava andare nelle moschee a discutere con i teologi, dimostrando, benché ancora ragazzo, grande conoscenza e saggezza e, quando il Báb annunciò la sua missione, si erse al suo fianco e ne divenne un fortissimo sostenitore. Quando si sollevò l’ondata delle persecuzioni contro i bábí, in seguito all’attentato compiuto contro lo scià da parte di due bábí impazziti dal dolore per l’uccisione dei loro compagni, Bahá’u’lláh, nonostante la sua evidente e dimostrata estraneità al fatto, fu arrestato e rinchiuso assieme ad altri bábí e a criminali comuni in una prigione maleodorante e senza luce di Teheran, chiamata Síyáh-Chál. I condannati erano tenuti legati fra loro con pesanti catene e una delle più pesanti era al collo di Bahá’u’lláh. Egli fu trattenuto in questa prigione per quattro mesi e poi, sia perché la sua innocenza fu definitivamente provata, sia perché l’ambasciatore russo intervenne energicamente presso le autorità, fu liberato, ma esiliato a Bagdad in Iraq con tutti i membri della sua famiglia e i credenti più vicini a Lui. Nella vita pubblica di Bahá’u’lláh — durata circa 40 anni — si possono distinguere tre momenti fondamentali. Il primo fu verso la fine del 1852 mentre si trovava nella prigione sopra citata, allorché ebbe in sogno l’annuncio della missione affidatagli da Dio. Questo episodio è chiamato «Intimazione».
Il secondo, detto della «Dichiarazione», fu nell’aprile del 1863, alla vigilia del suo secondo esilio a Costantinopoli in Turchia, quando — durante la sua sosta in un giardino sulle rive dell’Eufrate, giardino che fu poi chiamato del Ridván (Paradiso) — Bahá’u’lláh annunciò, per la prima volta ufficialmente ai suoi più stretti discepoli, la Sua missione. Il terzo, chiamato della «Proclamazione», ebbe inizio nel 1868, mentre Egli si trovava ad Adrianopoli (dove, da Costantinopoli, era stato ulteriormente esiliato) e continuò negli anni successivi nella prigione di ‘Akká (la San Giovanni d’Acri dei Crociati) in Terra Santa. In questo periodo Bahá’u’lláh inviò lettere ai principali regnanti e capi religiosi del tempo, fra i quali papa Pio IX, annunciando loro il senso della missione affidatagli da Dio e invitandoli ad appoggiare la Sua Causa.
Bahá’u’lláh trapassò a Bahjí, nelle vicinanze di ‘Akká, nel 1892, amato e stimato anche da coloro che si erano prima proclamati suoi nemici, e dopo avere lasciato migliaia di versetti rivelati che, messi assieme, formerebbero oltre cento volumi, nei quali sono contenuti tutti gli insegnamenti spirituali, religiosi, politici e morali, atti a fare rinascere l’umanità e a proiettarla verso il glorioso «cielo dell’unità». Prima del suo trapasso Bahá’u’lláh redasse la Tavola del Patto nella quale nominava il figlio maggiore, ‘Abdu’l-Bahá, centro del Suo Patto e unico Interprete degli scritti sacri da Lui rivelati.
‘Abdu’l-Bahá (Servo della Gloria)
È nato a Teheran il 23 maggio 1844, nella stessa notte in cui il Báb rivelò la propria missione. La sua vita fu interamente dedicata al Padre, che seguì dovunque nella prigionia e nell’esilio, e alla sua Rivelazione. Dopo il trapasso di Bahá’u’lláh, ‘Abdu’l-Bahá tenne alto il vessillo della Fede pur correndo il rischio di essere crocefisso a Haifa, da parte delle autorità turche, poco prima dell’invasione inglese della Terra Santa. Fece storici viaggi per diffondere la fede del Padre in Europa ed in America e, per l’opera svolta in Terra Santa durante la prima guerra mondiale a favore della popolazione locale, fu nominato baronetto della Corona Britannica. Trapassò ad Haifa nel 1921. Lasciò numerosi scritti aventi profondo significato spirituale, religioso e sociale. Dai bahá’í è considerato il perfetto esempio del modo di essere bahá’í.
L’ambiente sociale, politico e religioso della Persia nel secolo scorso
Tutti gli osservatori sono concordi nel rappresentare la Persia del secolo scorso come una nazione debole e arretrata, spaccata all’interno da pratiche corrotte e da feroci bigottismi. L’inefficienza e la viltà, frutti della decadenza morale, riempivano il paese. Tanto tra i potenti quanto fra gli umili, non solo mancava la capacità di portare a termine metodi di riforma, ma non c’era nemmeno una seria volontà di iniziarli. L’orgoglio nazionale predicava un grandioso autocompiacimento. Una cappa di immobilismo copriva ogni cosa e una paralisi mentale collettiva rendeva impossibile ogni sviluppo.
Lord Curzon, eminente statista inglese del secolo scorso, così descrive la situazione sociale e religiosa persiana al tempo in cui il Báb dichiarò la sua missione (1844): […] era uno stato teocratico. Pur essendo venale, crudele e immorale, era formalmente religioso. L’ortodossia islamica era la sua base e permeava fino al midollo sia lo stato, sia la vita sociale del popolo […]. Non esistevano leggi, statuti o costituzioni che guidassero la direzione degli affari pubblici. Non c’erano né Senato, né Consiglio della Corona, né Sinodo, né Parlamento. Lo scià era un despota e il suo arbitrario modo di governare, si rifletteva lungo la scala ufficiale in ogni ministro o governatore, fino al più umile impiegato e al più remoto capotribù. Non esisteva alcun tribunale civile che controllasse o modificasse il potere del monarca o l’autorità che egli decidesse di delegare ai suoi subordinati. Se c’era una legge, questa era la sua parola. Egli poteva fare quel che gli pareva […]. Aveva potere di vita e di morte su tutti i membri, tanto civili quanto militari della sua famiglia e della sua corte […]. Si può dire che il governo, anzi, la vita stessa della nazione consistano più in uno scambio di doni […]. Dallo scià in giù non vi è funzionario che non sia disponibile a regali, non vi è posto che non sia conferito in cambio di un dono […]. Salvo pochissime eccezioni, tutti i componenti della gerarchia ufficiale hanno comperato la propria posizione con un regalo offerto allo scià o a un ministro o al governatore; se ci sono molti candidati a un posto, vincerà quello che fa la migliore offerta […]. Voglio aggiungere qualche parola sull’argomento delle pene e delle prigioni […]. Il carattere persiano è sempre stato fertile di espedienti e insensibile alla sofferenza e nell’ambito delle esecuzioni capitali ha trovato un vasto campo per mettere in pratica entrambe le doti. Fino ai tempi abbastanza recenti, i criminali condannati a morte sono stati crocifissi, sparati da cannoni, seppelliti vivi, impalati, ferrati come i cavalli, trasformati in torce umane, scorticati vivi.
L’ambiente religioso
La religione sciita duodecimana era la confessione religiosa dello stato, quando iniziarono gli avvenimenti relativi alla nascita della fede bábí-bahá’í. I dottori della legge islamica di questo ramo dell’Islam sono in attesa della venuta del loro Promesso, il Qa’im o Imám Mihdí. Essi credono che quando i tempi saranno maturi, quando la terra sarà piena di ingiustizia e i fedeli saranno immersi nella disperazione, egli comparirà, precorso da Gesù Cristo, rovescerà gli infedeli, stabilirà pace e giustizia universali e inaugurerà un millennio di beatitudine. Per tutto il secolo XIX la Persia rimase un paese debole e lacerato, una nazione irrigidita nelle sue tradizioni, culturalmente improduttiva. A questa decadenza non faceva eccezione la gerarchia religiosa […]. I teologi di rango e il gran numero di semplici sacerdoti avevano perso la vena rivoluzionaria dimostrata contro gli scià nel passato. Le alte gerarchie religiose erano assimilabili, per stile di vita, ai cortigiani di Teheran: possedevano grandi terreni, amavano il lusso e pretendevano dai loro contadini forti imposte. Diversi di loro si erano assicurati un esercito privato per intervenire in caso di emergenza contro contadini ribelli.
Ernesto Renan offre una vivida testimonianza della crudeltà del clero sciita: un giorno che non ha pari forse nella storia del mondo fu quello della grande strage fatta dei Babi a Teheran […]. Si videro avanzare fra carnefici, fanciulli e donne, con le carni squarciate in tutto il corpo, con micce accese, fiammeggianti, fitte nelle ferite. Le vittime erano trascinate con funi ed erano fatte camminare a frustate […]. Quando uno dei suppliziati cadeva e veniva fatto rialzare a sferzate […] danzava e gridava con crescente entusiasmo: «In verità apparteniamo a Dio e a Lui torniamo».
La fede Bahá’í come rivoluzione culturale
La visione che la fede bahá’í offre della religione, della politica, dell’economia e di altri settori importanti della cultura, può presentarsi, a chi la esamina, come un fatto rivoluzionario, un punto di rottura con il passato, qualcosa come l’illuminismo di fronte all’oscurantismo medioevale o come il crollo del sistema aristotelico-tolemaico conseguente alle scoperte di Galileo Galilei. E ciò si verifica nel momento in cui tutto il mondo è immerso nella grande rivoluzione scientifico-industriale, iniziata verso la metà del secolo scorso, che ha modificato profondamente la società in tutti i settori. I bahá’í ritengono che il Messaggio del loro fondatore abbia contribuito a liberare energie creative che hanno dato un nuovo impulso alla mente umana, perché, essendo l’unità dell’umanità il fulcro del Messaggio bahá’í, questa non potrebbe realizzarsi senza un nuovo impulso scientifico-tecnologico che ne fornisca gli strumenti. Vediamo ora alcuni degli elementi del pensiero bahá’í e della sua visione del mondo.
La Religione: concetto di Dio
Religioni e filosofie cercano da secoli di dare una risposta a questo problema, senza riuscirvi o dando risposte di tipo dogmatico, non accettabili in senso universale. La risposta bahá’í è molto semplice: la mente umana, essendo limitata, contingente e imperfetta, non potrà mai giungere a cogliere il senso dell’essenza divina. Dio può essere conosciuto solo attraverso ciò che di Lui affermano le sue Manifestazioni. Dio è uno, anche se è chiamato con nomi diversi, come Brahman, Jahvè, Ahura Mazda, l’Assoluto, Alláh e altri.
Le religioni come strumenti del rapporto educativo Dio-uomo: poiché Dio esiste (vi è una creazione, deve esservi quindi un creatore, perché nulla viene dal nulla) e l’uomo esiste, fra queste due entità vi deve essere un rapporto. Nella fede bahá’í si afferma che tale rapporto è educativo, cioè che Dio offre periodicamente ai vari popoli modelli etici e sociali di sviluppo in armonia con la capacità, la maturità, le necessità degli uomini e con i tempi. Gli strumenti di cui Dio si è servito, si serve e si servirà per offrire questi modelli di sviluppo, sono i grandi Maestri spirituali, i Fondatori delle grandi religioni. Da ciò si deduce che, per la fede bahá’í, le religioni sono tutte raggi dello stesso sole, espressioni diverse nella forma, ma simili nella sostanza, della stessa verità. Le varie religioni fino ad ora hanno invece innalzato, ciascuna, la bandiera dell’esclusivismo dell’origine divina, creando quel concetto, antievolutivo, anti-epistemologico e conflittuale, dell’unica verità. Oggi questo concetto si è attenuato presso alcune religioni, fra cui in primo luogo la religione cattolica, evolvendosi verso un ecumenismo che però, pur ammettendo rispetto e considerazione per le altre espressioni religiose, esclude la loro comune origine divina; è quindi un ecumenismo limitato. In effetti, assistiamo a conflitti fra cattolici e protestanti in Irlanda, fra sikh e indù e musulmani in India, e ad una recrudescenza del radicalismo islamico. Questa incapacità da parte delle varie religioni di comprendere la loro comune origine divina ha impedito alle religioni stesse di svolgere il loro ruolo spirituale di armonia e di unità, determinando così verso le stesse un malcelato senso di sfiducia da parte delle masse, e anche da parte di coloro che per tradizione o convinzione ne sono professanti. Il concetto dell’unità delle religioni tarda ad essere accettato perché urta contro le tradizioni radicate da secoli e contro i vari centri di potere che le varie religioni esprimono.
Significato di religione
Per la maggior parte dei credenti la religione è un insieme di misteri di fede e di dottrine dogmatiche. Per la fede bahá’í la religione è un modello etico-spirituale sociale di vita, senza dogmi e misteri, in armonia con la ragione e con la scienza. Siamo di fronte a un grande salto di qualità. Il concetto è talmente attuale che molti sono d’accordo con tale principio, pur senza rendersi conto che la religione da essi professata spesso propone il contrario. Perché avviene questo? Da una parte vi è una evoluzione in atto in tutte le cose, cui la mente umana automaticamente non può che aderire, e dall’altra vi è un fattore emotivo depositato da secoli nella stessa sostanza vitale dell’essere umano, che condiziona il suo modo di pensare e di credere. Nella Fede qualsiasi verità religiosa che contrasta con la ragione e con la scienza è pura superstizione. Questo concetto è realmente rivoluzionario.
Significato di fede
Nel pensiero bahá’í la fede è definita conoscenza consapevole, non più quindi accettazione ed obbedienza cieca.
Armonia scienza-religione
Ho dato spazio particolare a questo concetto perché la fede bahá’í vi annette grande importanza. La scienza e la religione, si afferma, sono come le due ali di un uccello, che debbono essere in perfetta armonia ed equilibrio affinché il volo sia regolare. Se l’umanità tenterà di volare solo con l’ala della religione cadrà nel pantano del bigottismo e del fanatismo e se tenterà di farlo solo con l’ala della scienza cadrà nella melma del materialismo, e finirà con l’usare le scoperte della scienza contro se stessa. Anche su ciò normalmente tutti sono d’accordo, senza rendersi conto che la religione in cui credono ha principi e dottrine che contrastano con la scienza.
Culti, riti e concetto di salvezza
La fede bahá’í afferma che è finito il tempo in cui il solo culto può essere gradito a Dio. Lo sono solo le azioni integre sostenute da purezza di motivazioni. Il concetto di salvezza, cui sono collegati quelli di paradiso o inferno, non esiste nella fede. Il paradiso e l’inferno sono stati di coscienza che si sperimentano già in questa vita e dipendono dal nostro modo di essere e di vivere. Al posto del concetto di salvezza nella fede bahá’í vi è quello di evoluzione, nel senso che dopo la morte la nostra condizione spirituale iniziale sarà quella che le nostre azioni, in questa vita, avranno determinato. Si evolverà poi, man mano che ci si renderà conto delle verità divine, prima ignorate o non accettate.
La società
Alcuni insegnamenti erano rivoluzionari al tempo in cui sono stati proclamati, cioè circa un secolo fa, come la parità fra uomo e donna, l’abolizione dei pregiudizi razziali e di casta, la necessità di una lingua universale. Ora lo sono meno perché fanno parte delle convinzioni accettate dalla maggior parte delle persone di buon senso della nostra società. Ad esempio, la stessa simbologia usata per rappresentare l’armonia tra religione e scienza, e cioè l’equilibrio esistente tra le ali di un uccello, può spiegare anche il principio cardinale della parità fra uomo e donna, visti anch’essi come le due ali di un uccello. Ciascuno dei due ha diritto alle stesse opportunità dell’altro. Uomini e donne, benché diversi fisiologicamente, sono pari non solo in campo spirituale, ma anche in quello legale e sociale.
L’economia
La visione che nella fede bahá’í si ha dell’economia è unitaria. I problemi che le varie nazioni debbono affrontare esigono un legame fra le varie economie, che invece sono attualmente legate alla logica nazionale, il che provoca squilibri e situazioni che, rimanendo irrisolte, sicuramente sono matrici di perturbazioni e conflitti. Nella fede bahá’í si proclama pertanto la necessità di un’economia mondiale con l’istituzione di un unico sistema monetario. Circa il conflitto fra capitale e lavoro la fede bahá’í propone di riconoscere il ruolo di partner nelle aziende ai lavoratori, quindi l’unione tra braccia e cervello. Questo implica riconoscere ad ognuno una compartecipazione agli utili, il diritto di collaborare, tramite comitati elettivi interni, alla gestione, e infine il diritto di partecipare alla proprietà, tramite forme cooperativistiche, azionarie o altro. Il problema fondamentale è però sempre spirituale, perché solo la maturità spirituale può creare quell’atteggiamento di moderazione e di collaborazione sincera, senza le quali qualsiasi meccanismo, anche perfetto, si incepperebbe.
La politica
Ho lasciato per ultimo questo campo, anche se forse è il più importante. La fede bahá’í proclama la necessità dell’unità mondiale, simboleggiata da questa frase di Bahá’u’lláh: «la Terra è un solo paese e l’Umanità i suoi cittadini». L’umanità che, nella sua evoluzione, è passata attraverso le fasi successive unitarie della tribù, del villaggio, della città-stato, della regione e infine della nazione — unità che la maggior parte delle nazioni ha conseguito nel nostro tempo — deve ora salire al gradino superiore, quello dell’unità mondiale. Tutti i gravi problemi esistenti nel mondo, fra cui quello, enorme, di un terzo mondo affamato e arretrato e dei generali e pericolosi conflitti etnici, razziali e nazionalistici che sorgono continuamente possono trovare una loro armonica soluzione solo nel quadro di un’unità mondiale. Occorre istituire un parlamento mondiale, un esecutivo mondiale, un tribunale internazionale sostenuto da un esercito internazionale atto a sostenere le sue deliberazioni, il tutto accompagnato da un disarmo generale, salvo le forze necessarie per il mantenimento dell’ordine interno nelle varie nazioni.
Mai come in questo momento si sente questa necessità, ma il suo raggiungimento appare lontano, perché la strada verso la sua realizzazione è ancora bloccata dal gioco degli interessi nazionali e dalla logica errata della difesa a oltranza di questi interessi. In un messaggio dal titolo La Promessa della Pace Mondiale che la Casa Universale di Giustizia, l’Ente Supremo della fede bahá’í nel mondo, ha fatto giungere o consegnato recentemente a tutti i capi delle nazioni e delle religioni e alle maggiori personalità della cultura e della politica, si dice: che la pace debba essere conseguita soltanto dopo inimmaginabili orrori, causati dal caparbio avvinghiarsi dell’umanità a vecchi modelli di comportamento, o sia invece accettata ora per un atto di volontà consultiva: ecco la scelta che si offre a tutti coloro che abitano la terra. Coloro che hanno a cuore il futuro della razza umana meditino su questo consiglio: se ideali a lungo perseguiti e istituzioni da gran tempo onorati, se certe premesse sociali e formule religiose hanno cessato di promuovere il benessere della maggior parte dell’umanità, se non più rispondono ai bisogni del genere umano, in perenne evoluzione, lasciamo allora che vengano spazzati via e relegati nel limbo di antiquate e obliate dottrine.
Ed infine, ecco come la Fede vede il nuovo Ordine mondiale: un sistema federale che governi tutta la terra, esercitando un’autorità indiscutibile sulle sue inconcepibilmente vaste risorse, fondendo e incorporando gli ideali dell’Oriente e dell’Occidente, liberati dal tormento e dalle sofferenze delle guerre e dedicati allo sfruttamento di tutte le fonti di energia esistenti sulla superficie del pianeta; un sistema nel quale la Forza divenga serva della Giustizia, la cui esistenza sia sostenuta dal riconoscimento universale di un solo Dio e dalla sua alleanza con una Rivelazione unica e comune; questa è la meta verso la quale l’umanità s’avanza sotto l’impulso della forza unificatrice della vita […]. Tale appare, invero, nelle linee generali, l’Ordine concepito da Bahá’u’lláh, un Ordine che verrà considerato come il frutto più bello di un’era che matura lentamente.
Il duplice amore fra Dio e l’uomo
La nostra vita è sostenuta e illuminata dall’amore che Dio ha per noi; questo amore è come la luce e il calore del sole per la vita fisica; è quindi elemento essenziale di vita. Ma Dio ci offre il suo amore solo se noi lo amiamo. Nelle Sue Parole Celate dice: AmaMi, acciocché Io possa amarti. Se tu non M’ami, il Mio amore non potrà mai raggiungerti. Sappilo o Mio servo.
La giustizia
Nella fede si conferisce somma importanza alla giustizia che è considerata elemento indispensabile di armonia. Nelle Parole Celate è scritto: ai miei occhi la più diletta di tutte le cose è la giustizia; non allontanartene se desideri Me e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te […]. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del mio tenero amore. Tienila dunque innanzi agli occhi.
I più eminenti pensatori hanno cercato di approfondire il significato del termine. Con la fede di Bahá’u’lláh esso diviene chiaro come il sole: tutto ciò che unisce è armonia con la giustizia e ciò che divide è pura ingiustizia.
La sofferenza
È una sorgente di elevazione e di avvicinamento a Dio; dobbiamo accettarla, quando ci colpisce, con rassegnazione e gioia.
La morte
È il trapasso alla nostra vera vita, quella dello spirito. Dobbiamo accoglierla con serenità, anzi con gioia, perché attraverso di essa il nostro spirito va nel regno che gli è proprio.
Templi bahá’í
In questo momento esistono sette templi bahá’í:
- negli Stati Uniti, a Wilmette sul lago Michigan
- a Panama, nel Centro America
- in Germania, nei pressi di Francoforte
- in Africa, a Kampala, in Uganda
- in Australia a Sidney
- in India a Nuova Delhi
- nell’isola di Samoa nel Pacifico
Il tempio bahá’í, luogo di preghiera e di meditazione, è aperto a tutti, senza differenze di razza, religione o classe. Le funzioni, semplici e senza rituali, consistono nella lettura di preghiere e passi degli scritti sacri bahá’í e delle altre religioni. Questi templi hanno una caratteristica comune, quella di avere nove lati e nove porte. Attorno ai templi dovranno erigersi costruzioni a fini educativi e assistenziali. Questi templi sono un simbolo vivente dell’unità dell’umanità.
I fondi
Tutte le attività bahá’í, a livello locale, nazionale e internazionale, ivi compresi tutti i centri, i templi e le costruzioni accessorie per ospedali e scuole, sono finanziate esclusivamente dai credenti, che versano liberamente e segretamente quanto è nelle loro possibilità.
Proibizioni
Sono proibite tutte le sostanze, liquide, solide o gassose, che alterano l’equilibrio della mente, quindi alcoolici e droghe di ogni tipo. Il fumo è tollerato, ma sconsigliato.
Ordine amministrativo bahá’í
È un’organizzazione laica elettiva a livello locale, nazionale e internazionale con due compiti essenziali: presiedere alla vita della comunità bahá’í, poiché nella fede bahá’í non vi è clero, e sviluppare un sistema unitario, non conflittuale, atto a offrirsi come modello per una nuova organizzazione politica mondiale non partitica.
Le strutture sono:
le Assemblee Spirituali Locali, elette ogni anno fra i membri di ogni comunità. Possono parteciparvi come elettori o eletti solo coloro, uomini e donne, che abbiano compiuto ventuno anni di età (in futuro, tuttavia, la Casa Universale di Giustizia potrebbe variarla). Le Assemblee Spirituali Nazionali, elette dai delegati scelti dalle varie comunità (nel momento in cui scrivo i delegati in Italia sono cinquantasette). Per la durata e il diritto di partecipazione, valgono le stesse disposizioni che regolano la vita delle Assemblee Spirituali Locali. La Casa Universale di Giustizia, la cui elezione avviene ogni cinque anni, da parte dei membri delle Assemblee Spirituali Nazionali del mondo. L’elezione avviene presso il Centro Mondiale della Fede a Haifa, in Terra Santa. Ogni istituzione nomina comitati locali, nazionali e internazionali affinché si occupino di tutti i vari settori della vita della comunità. Ciò che è stato descritto ora può essere definito ordine ascendente, perché parte dai credenti per elezione. Poi vi è un ordine che possiamo definire discendente, cioè nominato, anche questo ai tre livelli sopra indicati, con il compito di assistere spiritualmente le comunità bahá’í e le sue strutture. Il principio che regola la vita di queste istituzioni è la consultazione, fatta in spirito di armonia e con assenza di qualsiasi interesse particolare, con accettazione, da parte di tutti, delle deliberazioni assunte a maggioranza di voti.
Vita della comunità
Le direzioni in cui tutte le comunità agiscono sono tre: mantenere l’unità e l’armonia interne, svolgere attività di proclamazione e insegnamento per fare conoscere la Fede e il Messaggio che essa offre e provvedere all’educazione dei bambini, dei ragazzi e dei giovani. Ogni comunità è sovrana nelle sue decisioni, ma è sottoposta alle direttive delle Istituzioni superiori, direttive che sono sempre frutto di consultazione.
Preghiere
Nella fede bahá’í si dà molta importanza alle preghiere; ogni credente deve pregare, se possibile, tre volte al giorno. Può essere anche sufficiente la seguente preghiera da recitarsi nello spazio di tempo fra mezzogiorno e le sei di sera.