“Quello che dico non è rivoluzionario: descrivo una realtà mischiando buoni e cattivi, mai in modo manicheo. A questa visione ho aggiunto il lato umano delle persone. Ecco, il risultato è Persepolis”.
Marjane Satrapi fumettista e illustratrice iraniana, nome ormai sulla bocca di molti grazie alla pellicola candidata agli Oscar 2008 come miglior film d’animazione, ha preso parte alla “Lezione di Giornalismo” all’Auditorium di Roma, rispondendo a domande varie: dalla nascita del fumetto alla mancata premiazione americana, dal suo percorso professionale al rapporto con la tecnologia e con il Giappone…
Vista la doppia esperienza sul campo, che differenza pensa ci sia tra il fumetto e il film d’animazione?
Sono due mezzi d’espressione completamente diversi. Il fumetto è dominato dallo spazio, dall’estensione in più pagine. Da non confondere con lo story board, che è solo un passaggio verso la realizzazione del film. Nel fumetto posso attivare l’attenzione del lettore, disegnare i movimenti della vita e dell’anima, come una bisessuale della cultura. Al cinema, invece, si rimane passivi: sono attori, suono e movimento a fare tutto. In sintesi sono lavori diversi, che danno risultati diversi.
Il lungometraggio Persepolis è stato presentato in 34 Paesi. Ha notato delle differenze sostanziali nell’accoglienza ricevuta?
In Europa dell’Est c’è stata l’identificazione legata al regime comunista. Ma a parte lì, in genere le persone hanno colto il lato umano della storia: in fondo racconto la mia crescita umana, tra Iran, Austria e Parigi. Credo che il confronto più difficile, però, sia stato in Giappone.
Perché proprio il Giappone?
Non ho mai visto un posto così diverso da qualsiasi altro. Prima di entrare alla proiezione mi è stato detto: “Sia certa che il pubblico piangerà molto, ma non riderà. Il riso si può controllare, il pianto no”. Questa constatazione mi ha spaventata: degli otto giorni previsti, sono rimasta solo cinque. Non ti guardano negli occhi quando ti parlano… Non mi sentivo a mio agio. La lingua poi peggiora la situazione: non capivo niente, persino il tono della voce ti lascia spaesata, senza riferimenti.
Non tornerà nell’Asia Orientale?
Non voglio essere fraintesa: il Giappone mi piace molto. È stato proprio un regista giapponese a cambiarmi la vita. A soli otto anni ho visto Rashōmon di Akira Kurosawa (1950) e il mio modo di interpretare la realtà è stato stravolto. Il film è ambientato nel Giappone medievale: un boscaiolo, un monaco e un passante si fermano a parlare di un caso di omicidio avvenuto qualche tempo prima. Le versioni sono una opposta all’altra, eppure tutte vere. Mi ha fatto riflettere: non abbiamo il monopolio su niente. Dobbiamo invece guardare la vita da più prospettive, chiedendoci che cosa sta pensando l’altro. Io per prima l’ho fatto, sposando uno svedese!
Come è stato accolto Persepolis in Iran?
So che prima degli Oscar sono state organizzate due proiezioni per 70 persone e che sono state censurate dodici sequenze, per ragioni sessuali. Un giornale diceva persino che il mio film non è obiettivo. La cosa più incredibile è che da tempo sono in vendita copie pirata, doppiate in persiano, a soli due dollari! Per il resto, non posso sapere quali sono le reazioni dei giovani: conosco quello che mi viene raccontato dai miei parenti, dagli amici, ma sono visioni parziali.
Ha paura per i suoi rimasti a Teheran?
No. A parte i primi due o tre anni della Rivoluzione, nel corso dell’ultimo ventennio non ho avuto notizie di imprigionamenti. Avere paura è istintivo, ma s’impara a conviverci. E poi sono convinta che le cose stiano cambiando. Credo nell’evoluzione, lenta ma costante del mio Paese: si arriverà a considerare come un individuo anche la donna, ancora valutata un mezzo uomo, anche se stupido, reputata incapace di testimoniare per un assassinio a cui ha assistito.
Dall’Iran agli Oscar, passando per la Francia. Come è stato, da autrice di fumetti, ritrovarsi catapultata in America lo scorso 24 febbraio 2008?
È successo tutto alla fine del mio percorso fumettistico: ho scritto il primo volume di Persepolis nel 2000. Dal libro siamo passati al film, ma nel frattempo ho parlato in continuazione dell’evoluzione artistica e personale della storia. Questo ha fatto sì che, giunta all’Academy Awards, fossi già stanca e svuotata di energie. Tra promozione e interviste, alla fine dici sempre le stesse cose.
Oscar uguale a…?
Plastica, un mondo fatto di plastica. Agli Oscar tutto è enorme e si ha l’impressione che tutto sia già deciso: qui è fondamentale la promozione, la pubblicità che si fa di un prodotto. Quindi maggiori sono i soldi a disposizione, maggiori sono le possibilità di vincere. Confidavo nello sciopero degli sceneggiatori, in modo che saltasse la serata. Ho persino mangiato male. A Cannes, invece, ti senti potente, un dio sceso in terra.
Che rapporto ha con i giornalisti?
Non li amo molto, mi fanno le stesse domande, rendendo tutto ripetitivo e faticoso: mi sembrava di essermi trasformata in una radio! Parlare sempre e solo di me non mi piace, ma è pur vero che non poteva essere altrimenti. Da allora ho classificato i giornalisti in due categorie: ci sono quelli che hanno già scritto il loro articolo e non seguono affatto ciò che dici e quelli che invece fanno realmente delle domande per capire i retroscena. In America, poi, vogliono sapere tutto di te, anche i particolari personali.
Cosa pensa di George W. Bush?
Sono sempre stata critica verso di lui. Presupporre che in una democrazia il Presidente degli Stati Uniti non rappresenta tutto l’elettorato, mi consola. Sono tutti dei buffoni. In Francia due anni fa veniva presa in giro l’Italia perché c’era Silvio Berlusconi; ora noi abbiamo Nicolas Sarkozy, un altro esemplare della categoria. Amo l’America, amo il cibo, il cinema, la cultura, ma quando il presidente della più grande democrazia laica parla di sé definendosi il miglior amico di dio, ai miei occhi si trasforma in un fanatico. L’aspetto fisico e l’abbigliamento non fanno pensare ad un fanatico, ma quello che dice e come si comporta, portano a questa valutazione. Confonde chi lo segue. Il problema non è la religione, ma cosa si fa con essa.
Tornando alla carriera, come ha scoperto la passione per il disegno?
Tutti i bambini del mondo lo fanno, in genere fino ai dieci anni. Poi avviene una selezione naturale e la maggioranza smette di disegnare. Purtroppo il sistema scolastico si rifà solo a scrittori, poeti e letterati dimenticando il disegno, che è il primo linguaggio usato dall’uomo. Però non parlatemi di Graphic novel.
Perché? Secondo lei Persepolis non è Graphic novel?
Odio il termine in sé, lo considero un escamotage borghese. La definizione Graphic novel è stata creata dalle case editrici, perché fumetto faceva pensare a letture per bambini, quindi i volumi con i disegni non si vendevano.
È dal 2000 che presenta, in diverse forme, il fumetto Persepolis in giro per il mondo. Cosa pensa di fare ora?
Voglio stare ferma per un po’. Ho bisogno di fare altro, magari pitturare, ma prima devo ricaricarmi, sono vuota. Ho un nuovo progetto cinematografico con Vincent (Vincent Paronnaud, fumettista francese underground con cui ha realizzato il film, ndr), ma ora devo nutrirmi. Il mio scopo non è produrre, ma amare quello che faccio. Diventa possibile solo avendo nuova linfa.
Una nota: nella prima risposta compare la frase “come una bisessuale della cultura”, che ho lasciato invariata perché presente identica nel testo originale — ma il senso è oscuro e potrebbe trattarsi di un errore di trascrizione dell’intervista originale (forse “una sessuale della cultura” o un concetto diverso andato perso). Se hai modo di verificare con la fonte originale, potrebbe valere la pena controllare quel passaggio.