Viaggio in Iran – 2


Shiraz

Ecco Shiraz, Iran sud occidentale. Città di rose, di vigneti, di usignoli e di poeti. Si presenta subito come un grande giardino profumato. Colpisce l’estremo ordine della periferia. Persino i quartieri più modesti hanno una dignità particolare, una compostezza pulita, persino elegante. Ecco, questo Paese ha forse proprio nell’eleganza il suo tratto distintivo. “Non siamo arabi, siamo persiani, ariani indoeuropei!”, non perdono occasione di ricordarti. I suoni e gli odori non sono quelli dei suk di tante città mediorientali. No, per apprezzare l’Iran bisogna visitarlo in punta di piedi, senza alzare mai la voce. E se amate la poesia, siete nel posto giusto.

A Shiraz nel 1320 è nato Hafez (Shams al-Din Muhammad), poeta sufi ancora oggi venerato dagli iraniani. Si dice che in ogni casa della Persia non debbano mancare due libri: il Corano e il Divan (Canzoniere), la principale raccolta di versi di Hafez. La sua tomba sorge sotto un gazebo in un giardino bellissimo. Molte persone vi si recano a pregare e a chiedere una grazia o un’indicazione.

Assistiamo a una scena indimenticabile. Un sufi prega con le gambe raccolte, salmodiando sottovoce. Intanto una ragazza, in piedi, sussurra e piange. Un’altra ragazzina ci vede sorpresi e si avvicina: “Sta chiedendo ad Hafez di aiutarla”, spiega. “Anch’io sono venuta per lo stesso motivo”. E come vi aiuta Hafez? La ragazzina sorride: “Mettendoci in contatto con Dio. Quando ho un problema, vengo qui, mi raccolgo, apro a caso una pagina di Hafez e trovo sempre uno spiraglio, un’indicazione”. L’altra ragazza continua a pregare e a piangere. Una cosa purissima e commovente.

Dai palazzi ci guardano i murales dei martiri della guerra con l’Iraq (1980-88). Il fronte era qui vicino e la provincia di Shiraz ha pagato un tributo di sangue altissimo. “Gli americani ci hanno già fatto la guerra una volta”, sostiene la nostra guida. “Saddam Hussein obbediva a loro quando ci ha attaccato. Venivamo dalla rivoluzione, eravamo deboli, ci hanno presi di sorpresa. Ma abbiamo resistito.” I suoi occhi hanno un lampo di rabbia: “Un milione di morti. Ragazzini di quattordici anni mandati a morire. Per cosa? Per niente. Per niente.” Guerra atroce, quella tra Iran e Iraq. Otto anni di battaglie, di bombardamenti missilistici, di ritirate e controffensive. Saddam punta allo Shatt al-Arab, regione ricca di petrolio. Dopo gli iniziali successi deve però ritirarsi. La controffensiva iraniana è devastante. Khomeini fa della guerra una sorta di missione sciita contro Saddam. I soldati in prima linea gridano: “Kerbala, arriviamo”, alludendo alla città santa in territorio iracheno teatro del martirio di Hossein, figura chiave dello sciismo. Non vincerà nessuno. Sarà una mattanza assurda, uno spreco criminale di vite. I martiri sono ritratti quasi sempre sorridenti o col volto disteso. Oggi sono ancora migliaia gli invalidi di guerra. Molti sono stati colpiti dalle armi chimiche di Saddam. Armi generosamente fornite all’Iraq da USA, Francia e Germania. Quelle stesse armi che nel 2003 l’allora segretario di Stato Colin Powell citò tra i motivi per cui era necessario rovesciare Saddam. Un insulto al buon senso, un’offesa a chi ancora oggi è cieco o paralizzato per colpa di quelle armi. In un posto così bello, orrori simili sembrano una vera bestemmia.

Il silenzio di Persepoli

La città fondata da Dario e distrutta da Alessandro Magno. Una delle meraviglie del mondo. Tra le rovine, maestose, si aggirano pochissimi turisti. Il cielo è perfetto, senza una nuvola. Regna un silenzio solenne. Ma la vera sorpresa è la vicina necropoli di Naqsh-e Rostam. Le tombe di Dario I, Artaserse, Serse e Dario II, scavate nella roccia, a grande altezza, sembrano una Petra quadruplicata. Non lontano sorge Pasargade, città fondata da Ciro il Grande nel 546 a.C. Sovrano famoso per la tolleranza e la magnanimità, Ciro ancora oggi è ricordato dagli iraniani come un uomo giusto. L’iscrizione sulla sua tomba è molto bella: “Io sono Ciro, fondatore della dinastia degli Achemenidi. So che un giorno anche tu, uomo, verrai a trovarmi. Non mi invidiare il fazzoletto di terra su cui riposo”.

Esfahan, la metà del mondo

“Esfahan nesf-e jahan”, “Esfahan è la metà del mondo”, recita un detto persiano. È una città che toglie il respiro. Entriamo nell’immensa piazza dell’Imam (grande cinque volte Piazza San Marco di Venezia) di sera. Uno spettacolo quasi ipnotico.

Anche qui un silenzio rotto soltanto dai passi dei pochi turisti e da qualche capannello di ragazzini che giocano a pallone. Sorgono spontanee due domande: come può la maggior parte del mondo ignorare una simile meraviglia? E come faremo noi ad andarcene tra qualche giorno, a rinunciare a tanta bellezza? Esfahan è una specie di Firenze islamica. Un luogo pericoloso, perché rischi di innamorartene e nel ricordo ti assale poi il dubbio che una città così in realtà non esista, sia solo il frutto della tua immaginazione.

Ma Esfahan esiste davvero e da sola vale un viaggio in Iran. Il tempo non basterebbe mai per visitare le sue moschee (bellissima quella del venerdì), i ponti di epoca safavide sul fiume Zayandeh, il quartiere armeno di Jolfa, il Palazzo degli otto paradisi (Hasht Behesht) e i musei curatissimi e ordinati.

E poi sempre la Piazza dell’Imam, che ti chiama come una sirena. Le sere sono frizzanti, perché siamo a 1.600 metri. Anche a Esfahan tantissimi ragazzi, desiderosi di parlare con gli stranieri per fare pratica con l’inglese e scambiare indirizzi e-mail.

Andarsene da Esfahan fa male. Su un Fokker puntualissimo facciamo ritorno a Tehran. Sorvoliamo un deserto di sale e dopo poco più di mezz’ora atterriamo nella capitale. C’è ancora molto da vedere e da imparare.

2 – continua


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